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Recensione Camp Miasma – Lo slasher dalla prospettiva del desiderio erotico

By on 10 Settembre 2026 0 388 Views

Recensione di Camp Miasma – Adolescenza, sesso e morte, il nuovo film di Jane Schoenbrun, attraverso il quale la regista conferma ancora una volta il suo personalissimo approccio al cinema e al rapporto con corpo e identità.

Trama

Camp Miasma: la saga che negli anni ’80 ha segnato il genere horror. Kris è una promettente nuova regista queer a cui viene affidato un compito non facile: resuscitare la storica saga slasher, epurandola però da tutti quegli elementi che, se quarant’anni prima erano accettabili, sono quantomeno scomodi per la sensibilità moderna.

Si reca dunque a Camp Tivoli, la location storica di Camp Miasma, ora dimora di Billy Presley, attrice e acclamata vittima nel primo capitolo della saga, che si è ritirata a vita privata dopo il film, il suo unico reale successo cinematografico.

Kris deve convincere l’attrice a tornare sul set per il reboot che vuole dirigere, ma mentre si trova al camping in compagnia della stravagante signora si rende conto che la situazione le sta rapidamente sfuggendo di mano…

Recensione Camp Miasma

Fra le saghe slasher più rappresentative degli anni ’80, nonché fra le più longeve, spicca quella di Venerdì 13. Il film di Schoenbrun si apre con una panoramica meta-filmica di “Camp Miasma”, chiaro riferimento/parodia del franchise Venerdì 13: un camping con un lago e un killer mascherato intento a falcidiare con arma da taglio gli incauti campeggiatori intenti a fornicare. Poi arrivano i sequel, sempre più improbabile, la saga diventa un fenomeno pop e iniziano ad uscire gadget, maschere, action figure, fino ad arrivare alla morte naturale del fenomeno, quando ormai la gente si è stancata e dimenticata e il cinema procede in altre direzioni.

Un inizio divertente, scoppiettante, dove un horror nerd può cogliere riferimenti più o meno palesi ed apprezzare la cura con cui la lore di “Camp Miasma” è stata costruita all’interno dell’universo di Schoenbrun. L’intero film è disseminato di clip di “Camp Miasma” in cui viene accuratamente ricreata l’estetica e le vibrazioni di un film horror degli anni ’80, e le citazioni ai film del periodo si sprecano.

Un nuovo meta-horror?

Lo spettatore è quindi portato a pensare di trovarsi di fronte ad un nuovo meta-slasher, uno di quei film post Scream che ti spiegano le “regole” del gioco.

Ma ha ancora senso nel 2026 costruire un film per smontare i cliché del genere, della serie “negli horror non devi fare sesso”? Decisamente no. E infatti la pellicola prende una strada completamente diversa. Sorprendentemente diversa, vista l’originalità dei discorsi che porta avanti e della maniera in cui lo fa.

La protagonista del film è Kris (Hannah Einbinder), regista gen Z nota per lavori di carattere moderno e sperimentale, come il suo “Psycho, visto dalla prospettiva della doccia”, una ragazza che vede in maniera profondamente critica i film del passato, intrinsecamente sessisti, omofobi, transfobici nell’ottica attuale, ma dai quali è comunque irrimediabilmente attratta. Ossessionata, per meglio dire, una nerd, agguerrita conoscitrice e collezionista della saga “Camp Miasma”.

A lei spetta dunque l’ingrato compito di portare nuova linfa alla storica saga slasher togliendo però dall’equazione tutti quegli elementi che, per l’ottica woke, sarebbero assolutamente inaccettabili.

Generazioni a confronto

Recandosi a Camp Tivoli, si trova spiazzata di fronte a Billy (Gillian Anderson), eccentrica e solitaria attrice ormai fuori dai giochi, che vive come un’insolita diva nel suo regno, la location in cui era stato girato il film “Camp Miasma” originale.

Billy rappresentata un tipo di cinema ormai defunto, ma è anche testimonianza di quanto la l’industria non fosse gentile con le attrici che si macchiavano della colpa di invecchiare.

Due generazioni a confronto, solo all’apparenza lontane e inconciliabili: Kris confusa, insicura, insoddisfatta della sua relazione poliamorosa, e Billy, donna vissuta e pienamente consapevole di chi è e di ciò che vuole, priva di filtri e sovrastrutture. La Anderson è assolutamente eccezionale e magnetica nei panni di scream queen fallita, e fra lei ed Einbinder si percepisce reale complicità sul set, il che rende il legame fra i loro personaggi più che credibile.

L’intero film è percorso da una costante e pulsante tensione erotica: quello che fa Schoenbrun è confezionare una riflessione su più livelli non solo sul cinema stesso e sulla relazione fra spettacolo e spettatore, ma anche sulla scoperta di sé e del proprio corpo.

Se Billy ha fatto i conti con un trauma passato prima di riuscire ad elaborarlo e trovare una sua dimensione, Kris invece è solo all’inizio del suo percorso di riscoperta e riappropriazione della propria identità.

Il sesso nel cinema horror

Il film con protagonista la regista di “Psycho dalla prospettiva della doccia” non è altro che “un horror dal prospettiva del desiderio sessuale”, mai raccontato prima in questi termini.

Siamo tutti d’accordo che il sesso è stato motore degli slasher anni ’80, e anche quando non c’erano effettive sequenze erotiche era comunque il desiderio latente a muovere sottobanco le fila del film.

Lo slasher degli anni ’80 non è altro che “carne e fluidi”, come ammette candidamente il personaggio di Billy. Niente meno e niente più. E non c’è alcuna vergogna in questo, come non c’è alcuna vergogna nelle proprie fantasie sessuali, per quanto queste possano essere “sconvenienti”. Il personaggio di Kris, durante la sua permanenza al camp, vede affiorare sensazioni mai provate, nella stessa maniera in cui dal lago affiora la lama brandita dal killer. La ragazza ammette di eccitarsi solo immaginando situazioni che nella morale attuale sarebbero definite “misogine”, e si sente in colpa per questo.

La piccola morte

Tentare di nobilitare e “ripulire” un genere come lo slasher è inutile e ipocrita tanto quanto reprimere il proprio desiderio erotico: infatti Kris raggiungerà il suo primo orgasmo solo quando finalmente sarà disposta ad accettare anche gli aspetti di sé dai quali cercava di allontanarsi. E l’orgasmo coincide con la sua morte, con il momento in cui il killer la trapassa, in un anarchico scambio di prospettiva fra killer e vittima e fra spettatore e personaggio. Il killer non a caso, si chiama Little Death: inutile ricordare che la piccola morte, in francese, la petite mort, è proprio l’apice del piacere sessuale.

Schoenbrun esaspera grottescamente gli elementi horror del suo film, filtrati attraverso una lente sessuale, come i geyser di sangue che esplodono al termine delle “perfomance” di Little Death. Little Death incarna il desiderio sessuale, concetto intrinseco negli slasher del periodo, qui esplicitato senza mezzi termini: Little Death non può morire, rimane solo assopito in attesa di potersi risvegliare.

Nel celebre saggio Men, Women, and Chain Saws, Carol J. Clover negli anni ’90 aveva già sviscerato con perizia il ruolo del gender nel cinema horror e le implicazioni sessuali che definivano le dinamiche fra i personaggi. La regista Schoenbrun sicuramente ho studiato la lezione della Clover, come si nota anche in piccoli dettagli come i nomi delle due protagoniste, nomi “maschili”: nel saggio della Clover, infatti, erano proprio questi i nomi attribuiti a personaggi femminili dotati di particolare capacità e acume, destinati a incarnare la figura della Final Girl.

Il diritto di essere immorali

Schoenbrun quindi non ribadisce concetti già ampiamente dibattuti in varie sedi, ma si spinge verso lidi inesplorati.

Se in un primo momento Camp Miasma sembra la classica operazione commerciale citazionista che sbrodola riferimenti alla cultura anni ’80, quello che fa realmente la regista in maniera inedita è prendere il sesso, colpa da espiare nello slasher classico, e trasformarlo nel motore effettivo e assoluto del film, donandogli di fatto una sua dignità e rivendicando il diritto di correre svestite nel bosco, sentirsi sexy e eccitate inseguite da un killer, fintantoché lo si desidera e fintantoché si rimane all’interno di una finzione concordata dalla quale si può uscire in qualunque momento, nella stessa maniera in cui si può mettere in pausa un VHS.

E il concetto di finzione è sottolineato dalla scelta registica di rendere il tutto visibilmente irrealistico, come anche i suggestivi fondali dipinti e le sequenze dalle atmosfere sospese e oniriche.

Ci troviamo nel mentre di fronte a una riflessione tutt’altro che scontata sul rapporto fra spettatore e media: quanto di noi finisce nei film che realizziamo e, al contrario, quanto i film che guardiamo finiscono per plasmare ciò che siamo, arrivando in alcuni casi, come quello di Kris, a innescare un vero e proprio awakening sessuale. In quest’ottica il cinema non si limita e rappresentare il desiderio, ma lo crea attivamente.

Recensione Camp Miasma: conclusioni

Camp Miasma è anche una critica pungente al cosiddetto elevated horror (citato ironicamente) e alle nuove generazioni, spesso talmente condizionate da ciò che è moralmente accettabile da finire per censurare non solo il cinema ma anche sé stesse e i propri inconfessabili desideri.

La regista confeziona un film sorprendentemente scorretto per l’epoca in cui viviamo, rivendicando il diritto di guardarci film immorali e di goderceli anche, nella stessa maniera in cui è giusto vivere la propria sessualità in tutte le sue più controverse sfumature. Le due scream queen alla fine del film, coperte di fluidi, sembrano aver finalmente fatto pace con i propri desideri: non c’è più nulla da espiare, nulla di cui vergognarsi.

Perché non tutto ciò che ci piace deve essere giustificato, nobilitato o reso politicamente accettabile. A volte possiamo semplicemente divertirci.

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